In partenza per 18 giorni di vacanza – rientrerò a Roma e al lavoro il 1° settembre – sfioro tre argomenti agostani. Parto dal più piccolo: l’appello dell’Associazione italiana difesa animali e ambiente (Aidaa) perché il papa rinunci alla “stola di ermellino”. Non è una stola ma la pelliccia di ermellino compare ai bordi del camauro e della mozzetta che il papa usa in inverno. Tendo a non occuparmi di argomenti che non esistono o esistono poco, ma questo l’ho dovuto trattare per il mio giornale e allora dico “sì” alla richiesta degli animalisti: non firmo petizioni, ma se la sartoria papale userà un giorno l’ermellino sintetico ne sarò contento, come ogni volta che vedo nominate le pellicce sintetiche d’ogni tipo. – Dico bravo al presidente del Senato Renato Schifani (vedi post del 30 aprile) che ha protestato per la foto della prostituta nigeriana “seminuda a terra” scattata durante un controllo di polizia in una stanza di sicurezza a Parma. E appoggio Giuliano Amato (vedi post del 14 giugno 2006) uomo di sinistra che ha accettato di presiedere una commissione sul futuro di Roma richiesto del sindaco di destra Gianni Alemanno. Mi piacciono i politici che escono dal proprio orto.
Il blog di Luigi Accattoli Posts
Raggiunto l’altare, Mario Borghezio da Giussano profferì il santo giuramento: “Noi cavalieri combattenti proteggeremo la cristianità ora e sempre”. “Mecojoni” fu il commento del blogger timoroso dei giuramenti.
“L’arte e i santi sono la più grande apologia della nostra fede” ha detto mercoledì il papa ai preti di Bolzano. E ha indicato due fiumi di arte alta che riflettono la grandezza della fede cristiana: le cattedrali (ha nominato quelle “gotiche” e le “splendide chiese barocche”) e la “grande musica nata nella Chiesa” (“dal gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart”). Già altre volte avevo ascoltato questo vivo richiamo benedettino all’arte come “luce da luce” e avevo provato ad ampliarne la veduta in dialogo con i miei figli: sì – certo – le cattedrali d’Europa e la grande musica, ma anche le icone dell’Oriente, la statuaria romanica e gotica, Dante, la pittura del Rinascimento, la narrativa russa dell’Ottocento. Non sono molti ma neanche pochi i casi in cui il segno cristiano si è imposto nella storia dell’uomo e in essa rimane in forza della sua luce. Per l’Italia di oggi si potrebbe indicare la poesia del Novecento: da Ungaretti a Luzi, da Rebora a Betocchi.
Bella mattinata in compagnia di Kurt Egger, cappuccino, fratello gemello del vescovo di Bressanone Wilhelm Egger, anch’egli cappuccino: perfettamente uguali, ma il vescovo ha la barba e l’altro no. Amici di posta elettronica da sei anni, Kurt e io finalmente ci siano abbracciati e mi ha portato in auto da Bressanone (dove sono per seguire la vacanza del papa) a Vipiteno suo paese di origine. C’era anche mia moglie. Ci ha mostrato con viso arguto il banco della Parrocchiale – la luminosa Santa Maria in Vipitin – dove da chierichetto aveva inciso le proprie iniziali e ci ha condotti commosso alla tomba della “zia Maria” che li ha cresciuti – lui e il fratello – orfani a nove anni. Lì abbiamo pregato. Prima della gita ci aveva guidati a un bar per un caffè insieme al fratello vescovo: e si prendevano in giro e motteggiavano a gara come ragazzacci. Bella Vipiteno con la svelta torre in capo alla via centrale. Bella luce, belle facce, bei spiriti che oggi mi sono venuti incontro.
La Cina “diventa sempre più importante” ed è “importante” che “si apra al Vangelo”: lo ha detto questo pomeriggio il papa durante una visita al paesino di Oies, in Val Badia e alla casa natale di un missionario ladino Josef Freinademetz, vissuto trent’anni in Cina – dove è morto nel 1908 – e proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 2003 (vedi post precedente). Due ore in tutto è durata la gita in elicottero di Benedetto XVI, che da 10 giorni sta trascorrendo una vacanza a Bressanone. Domenica il papa aveva mandato il suo saluto agli atleti delle Olimpiadi di Pechino e “al Paese che li ospita”, senza accennare alla libertà religiosa, che è la questione più seria al centro del negoziato che la Santa Sede sta conducendo con il governo cinese in vista della “normalizzazione” delle relazioni. Neanche ieri ha parlato della “libertà religiosa” ma ad essa ha fatto riferimento auspicando che la Cina si apra al cristianesimo.
(continua nel primo commento)
Oggi il papa andrà a Oies, Pedraces, in Val Badia per fare visita alla casa in cui nacque l’unico santo canonizzato di stirpe ladina: Josef Freinademetz, missionario verbita in Cina (1852-1908), proclamato da papa Wojtyla nel 2003. Io a Oies ci sono stato oggi e dedico ai miei visitatori questa frase che ho trascritto da uno dei volumi offerti ai pellegrini che affollano quella casa contadina: “I pagani vengono convertiti solo dalla Grazia di Dio e – possiamo aggiungere – dal nostro amore, perchè il linguaggio dell’amore è l’unica lingua compresa da tutti“. Amo questo santo ladino che ho scoperto una ventina d’anni fa, durante una vacanza in Val Badia, avendo scovato in una chiesa a San Vigilio di Marebbe un libretto su di lui scritto con la solita maestria da don Divo Barsotti: “Giuseppe Freinademetz dalle sue lettere”. Ho visto stamane che il libretto è stato ristampato con lo stesso titolo dai Missionari Verbiti, edizioni Pluristamp, nel 2003.
«Il Vangelo ci ricorda che le cose più grandi della vita non possono essere acquistate, o pagate, ma le cose più elementari e importanti della vita possono solo esserci regalate: la vita, il sole, l’aria, l’acqua, le bellezze naturali, l’amore, l’amicizia, la vita stessa, tutte queste cose non possono essere comprate ma solo essere ricevute in regalo. Ciò significa che si tratta di qualcosa che nessuno ci può togliere, nessuna dittatura, nessun potere distruttore, perchè l’amore di Dio che ci ha incontrato in Cristo non ce lo può togliere nessuno, siamo ricchi e non siamo poveri»: l’ha detto il papa stamane prima della preghiera dell’Angelus, dalla piazza centrale di Bressanone. Commentava le letture della messa di oggi. E mi piace commentare le sue alte parole con quelle minime che ci erano arrivate – in questo blog – da un graffito del Muro di Berlino, riportato nel post del 31 luglio: “Le cose buone della vita non sono cose”.
Avevo promesso (vedi post del 30 luglio: Lutero a Novacella: tu mi forconi e io ti cancello) che sarei tornato a visitare il portale blindato del palazzo dei Principi Vescovi di Bressanone per dare conto del numero esatto degli strappi e dei buchi nelle lastre in ferro che ricoprono il legno di rovere, prodotti dai forconi, dalle picche e dagli spiedi della sommossa contadina del 1525 fomentata dai predicatori della Riforma: ci sono tornato oggi pomeriggio e ne ho contati 327, tenendo conto soltanto di quelli che hanno forato le lastre da parte a parte. Aggiungendo le ammaccature i segni dell’assalto salirebbero a circa cinquecento. Mi piacerebbe anche contare quante bibbie luterane si siano conservate in ambiente cattolico sulle quali sia stato cancellato il nome del traduttore, Martin Luther, a motivo della damnatio nominis che l’aveva colpito, come martedì mi è capitato di vedere nella Biblioteca di Novacella, su una copia del Vecchio Testamento luterano del 1541. E se ce ne fossero 327 di quelle bibbie col nome del traduttore grattato via mi parrebbe pareggiato il conto: tu mi forconi e io ti sbianchetto. A Gloria di Cristo, amen.
Da Matilde in vacanza a Berlino – vent’anni, la quarta dei miei figli – ricevo questo sms che mi soccorre nella passione per i graffiti: “Due scritte lette sul Muro nel tratto dell’East Side Gallery: 1. Good things in life aren’t things; 2. Je n’suis q’un militant du parti des oiseaux, des baleines, des enfants ed de l’eau (firmato Mathilde!)“. Mia traduzione: “Le cose buone della vita non sono le cose; Io non sono che un militante del partito degli uccelli, delle balene, dei bimbi e dell’acqua”. Un bacio alla mia ragazza e all’altra Matilde che ama le balene e a chi vede oltre il sipario delle cose. E a quanti non si scandalizzano quando si imbattono in una parola da niente che viene dal cuore.
In attesa che il papa in vacanza dica o faccia qualcosa da raccontare, i giornalisti vanno guardando e annasando qua e là: ieri l’abbazia di Novacella, oggi il palazzo dei Principi Vescovi di Bressanone. E mi piace raccontare due segni luterani che hanno calamitato il mio occhio: due unghiate della storia niente male per capire gli incubi dai quali siamo appena usciti. Nella Biblioteca dell’Abbazia si conservano 76 mila volumi e manoscritti e incunaboli di forte rarirà. Tra i pezzi unici c’è un Antico Testamento tradotto dall’originale ebraico da Martin Lutero: Das Alte Testament vorsetzung von Martin Luther, Worms 1541. Così dice la targhetta, ma nel volume, aperto alla prima pagina, il nome Martin Luther è abraso, grattato, non leggiile: è la damnatio nominis dello scomunicato. Il volume era utile ai canonici regolari di Sant’Agostino (ai quali era appartenuto Lutero) che in quest’abbazia svolgevano attività esegetica e teologica, ma il nome andava tolto. Un’unghiata – questa – subita da Lutero. Un’altra unghiata stavolta luterana fa gagliarda mostra di sè nel portale blindato del palazzo dei Principi Vescovi: vi sono strappi e buchi nelle lastre in ferro che ricoprono il legno di rovere, inferti dai forconi, dalle picche e dagli spiedi della sommossa contadina del 1525 fomentata dai predicatori della Riforma. La guida rossa del Touring dice che il palazzo fu occupato dai rivoltosi, ma lo storico Josef Gelmi, che ci ha guidato nella visita, ha chiarito che l’assalto fu respinto. Comunque i segni sono restati ben evidenti in quelle lastre. Domani ci torno per contarli. Nella mia testa fanno da contrappeso al nome di Lutero abraso dalla sua Bibbia: tu mi cancelli il nome e io ti forcono il portone. Una firma vale l’altra.
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