Archivi per novembre 2012

Parabola di Arturo e del cammello

Oggi Arturo Paoli – caro amico – compie un secolo di vita: egli è benedizione per tanti e io benedico lui in questa sua festa dedicando ai visitatori una parabola che narra nel volumetto La pazienza del nulla [pubblicato da Chiarelettere in vista del compleanno centenario] come “icona” dell’esperienza del deserto che fece negli anni 1954-1957: “Ogni anno eravamo soliti fare un lungo pellegrinaggio nel deserto per ritrovare, sulle orme di fratel Carlo [de Foucauld], la sua ispirazione di infinito; il tragitto era di seicento chilometri all’incirca. Andavamo in carovana, guidati da nomadi buoni conoscitori del deserto, con una truppa di cammelli che portavano gli elementi necessari per innalzare una tenda sotto cui passare la notte, le vettovaglie e l’acqua. Tutte le mattine — immancabilmente — un cammello a turno fuggiva lontano e si sottraeva al suo lavoro quotidiano. Ci avevano avvisato di non corrergli dietro cercando di acchiapparlo, di non gridare, di lasciarlo partire tra l’indifferenza generale. Passato il mezzogiorno si scorgeva un punto all’orizzonte che si avvicinava sempre di più: il fuggitivo tornava. Quando, dopo alcune ore dall’apparizione, il fuggitivo era abbastanza vicino al gruppo, un arabo si avvicinava a lui dolcemente, senza grida, senza recriminazioni, senza alzare le mani, e cominciava a camminargli accanto cantando sommessamente. E questo accompagnamento durava fino all’arrivo di tappa. Il giorno dopo il transfuga di ieri era quello che offriva per primo il suo dorso, e un altro fuggiva”. Nel primo commento la sorprendente spiegazione della parabola.

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Razzista a me? Ma se sono napoletano…

Post dedicato a una donna nera gridante in treno, sul Regionale Veloce Roma-Foligno delle 14,18. La signora forse del Ghana è già seduta con le gambe distese sotto il sedile di fronte e conciona al telefonino come per arringare una folla di mille e mille. Arriva un quarantenne con signora che punta a sedersi di fronte a lei e le fa sgarbatamente: “Leva ‘ste gambe che cazzo”. Quella salta su come tre furie l’una sopra l’altra: “Tu non parli così a me, tu mi devi rispettare come io rispetto te”. E quello, inconsapevole: “Ma che cavolo dici… e piantala!” – “Non che non la pianto, tu mi hai insultato e non può finire così”. Segue una disputa con toni sempre più alti e argomenti sempre più deboli: chi la voglia leggere per intero, come esercizio alla mondialità, vada al primo commento.

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Vedere i santi che sono intorno a noi

Se i nostri occhi fossero aperti per vedere ciò che Dio opera nei popoli saremmo capaci di vedere molta più santità intorno a noi e scorgeremmo i segni della santità asiatica oltre a quelli della santità europea“: parole di padre Adolfo Nicolàs, superiore dei Gesuiti, le più vive da me ascoltate in occasione del Sinodo. Le festeggio con un bicchiere di Vino Nuovo.

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Eccomi a tirare palle di neve a Trento

A Trento sono gran tiratori di palle di neve nei secoli dei secoli. L’attestano un affresco del ciclo dei mesi che è sulle pareti della Torre Aquila del Castello del Buon Consiglio che riporto qui e un mosaico di Cesarina Seppi che è nell’atrio della Stazione ferroviaria e che ho fotografato ieri mentre aspettavo il treno per il rientro a Roma: lo riporto nel primo commento. Il mosaico (1950) è una citazione dell’affresco (1400 circa).

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Se fossi a casa voterei Renzi

Sono a Trento per conferenze e rientro troppo tardi per il gazebo di piazza Madonna dei Monti dove sarei andato a votare Matteo Renzi se fossi stato a Roma. Condivido le ragioni fatte valere dagli amici Andrea Sarubbi, Giorgio Tonini, Stefano Ceccanti per nominare quelli che mi vengono in mente tra quanti hanno detto che voteranno Renzi. Un sms di Ceccanti che mi è arrivato nel pomeriggio dice: “Io voto Matteo Renzi per una rinnovata ambizione maggioritaria”. Aggiungo che vedo in Renzi un vero stacco dal peso del passato che è grande nel Pd. Mi rendo conto che ci sono elementi di avventura, ma preferisco l’avventura al risaputo e non condiviso.

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Aldo Mei: “Vi lascio le pecore le api i piccioni”

Il 30 novembre compie cent’anni Arturo Paoli, indomito prete di Lucca che si diede da fare per salvare ebrei durante l’occupazione nazista [ha avuto il riconoscimento di “giusto delle nazioni”] e cento anni avrebbe oggi un altro prete lucchese che fu fucilato nell’agosto del 1944, a 33 anni, per aver nascosto un ragazzo ebreo. Ieri e oggi si fa a Lucca un convegno in sua memoria: La Chiesa di fronte all’estremo: don Aldo Mei, la Diocesi di Lucca e oltre. l convegno ha parlato anche il centenario don Arturo. Mi ero occupato della bella figura di don Mei nel volume Nuovi martiri e qui si può leggere il profilo che ne tracciai, aggiornato alle ultime pubblicazioni. Nel volume pubblicato per il centenario della nascita [Don Aldo Mei martire del XX secolo] c’è un’edizione critica del “testamento” che don Aldo scrisse nelle pagine bianche del breviario. La sostanza si conosceva già. Ma quelle ultime parole di un martire dell’aiuto agli ebrei erano state depurate dalle allusioni alla vita quotidiana che invece sono nell’edizione critica e che a me suonano come le più care. Per esempio scrive alla perpetua Agnese Perfetti: “Vi lascio il letto di legno – le pecore il migliore arnia di api – arnia completa e le altre bestie compreso piccioni e quel che resta di generi alimentari“. Trovo straordinario che quest’uomo di 33 anni appena udita la sentenza di morte si preoccupi di donare alla donna che governava la sua casa “contadina” le cose di cui lei aveva cura: il letto, le pecore, le api e i piccioni. Nel primo commento una poesia di Elena Bono dedicata ad Aldo Mei.

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E’ meglio che Monti resti chi è e dov’è

Il meglio per tutti sarebbe che Monti resti chi è e dov’è, senza partecipare né direttamente (candidandosi) né indirettamente (“siamo noi che ci richiameremo a lui”) alla battaglia elettorale. La sua forza sta nell’indipendenza dagli schieramenti e la perderebbe appena “sceso in campo”. Mantenendosi libero sarà il candidato giusto per una rapida elezione al Quirinale o potrà continuare a guidare un “governo di buona volontà” se nel nuovo Parlamento non vi sarà una vera maggioranza.

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Lina Biora accetta ma non si rassegna

“Sto vivendo tutto con serenità, dopo aver superato le varie fasi ed essere arrivata all’accettazione, senza rassegnazione. La malattia è comunque una grande esperienza che se vissuta in un certo modo, ti fa cambiare, ti arricchisce e porta del bene anche a chi ti è accanto”: sono parole rivolte a me da un’amica – Lina Biora – che è stata straordinariamente mite e forte nella malattia che se l’è presa lo scorso giugno. Nella pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto, al capitolo 7. La vita è mutata ma non è tolta, paragrafo b. Il santo è colui che acconsente alla morte, con il titolo Parole di Lina Biora nel fuoco della malattia trovi la sua storia che la fa splendere come un astro del cielo.

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Me ne sto con Benedetto e con “Gesù di Nazaret”

Ho ritirato alle 09.30 in Sala Stampa Vaticana il volume del papa intitolato L’infanzia di Gesù [in coedizione Rizzoli – Libreria Editrice Vaticana, pp. 174, 17 euro] che arriva oggi ai librai e me ne sto in casa a leggerlo e a scriverne. Per me è una giornata felice: ascolto un altro cristiano – il papa – che parla di Gesù e mi preparo a narrare ad altri la sua ricerca del volto del Signore. Mando un saluto a chi non ha simpatia per Benedetto e gli dico che forse potrebbe imparare ad amarlo leggendo i suoi tre volumi che vanno sotto il titolo generale Gesù di Nazaret: il primo trattava della vita pubblica “dal battesimo nel Giordano fino alla trasfigurazione” (2007), il secondo andava “dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione” (2011), questo terzo tratta dei “Vangeli dell’infanzia” e intende porsi – dice l’autore nella premessa – come “come piccola sala di ingresso ai due precedenti volumi”.

Aggiornamento al 21 novembre. Qui si può leggere una mia abbondante recensione del libro del papa pubblicata oggi da LIBERAL alle pagine 8 e 9 con l’esiguo titolo “Identikit di Gesù Bambino”.

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A Barcelona la parabola delle rondini e della tartaruga

Ho contato due volte le oche di Eulalia allevate nel Claustre ed erano tredici come gli anni di lei. Là accanto, sulla soglia dell’Ardiaca, ho decifrato la parabola delle rondini che annunciano la veloce verità e della tartaruga che porta la lentissima giustizia. All’Università Ramon Llull, Facultats de Comunicaci, ho disputato con venti dottori della Esglesia e del periodismo. Ho sostenuto che i papi stanno passando dal governo alla missione e che i media continueranno a favorirli perchè unici, bianchi e ideologicamente semplici. Ho detto che un giorno l’intera cristianità accetterà di avere nel papa un portavoce che avrà il compito di parlare a nome di tutti. [Nel primo commento la spiegazione delle parole inusuali]

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