“La Chiesa riconosce che ‘gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, in Mosè e nei Profeti’. E, quanto al popolo ebraico, il Concilio ricorda l’insegnamento di San Paolo, secondo cui ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’, e inoltre condanna fermamente gli odi, le persecuzioni, e tutte le manifestazioni di antisemitismo. Per le nostre radici comuni, un cristiano non può essere antisemita”: così Francesco stamane al “Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose”. Il Papa ha ricordato con gratitudine i suoi contatti con la comunità ebraica di Buenos Aires: “Mi sono confrontato con loro sulle comuni sfide ma soprattutto, come amici, abbiamo gustato l’uno la presenza dell’altro, ci siamo arricchiti reciprocamente nell’incontro e nel dialogo, con un atteggiamento di accoglienza reciproca, e ciò ci ha aiutato a crescere come uomini e come credenti”. Per due volte Francesco ha ripetuto ai “fratelli maggiori” la parola shalom, “pace”: all’inizio e al termine dell’incontro, quando ha chiesto e assicurato il “dono della preghiera”.
Aggiornamento alle ore 18.00 del 24 giugno. Qui un mio articoluzzo sul linguaggio metaforico di Papa Francesco che ieri ha parlato di “valori avariati”.

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