Ero nella piazza del Santuario di Loreto quando vi andò Papa Giovanni mezzo secolo fa e ieri ho seguito con qualche soprassalto di memoria la diretta di Rai1 per la visita di Papa Benedetto: allora si apriva il Concilio e tutti guardavano in avanti, ora si guarda – un poco avanti e molto indietro – all’eredità del Vaticano II e c’è forte disputa su di essa. Non manca chi è tentato di tornare a prima del Concilio e chi afferma che le cose sono andate storte perché il Concilio è stato tradito. La grande maggioranza dei cattolici praticanti ha ovviamente sentimenti più equanimi e sa – o intuisce – che Papa Benedetto è stato eletto anche a motivo della disputa sul Vaticano II: per ricondurla a unità, come già Paolo VI era stato eletto per condurre nell’unità i lavori del Concilio. Si tratta dunque di aiutarlo nell’impresa e i primi che ne intralciano l’opera sono i militanti delle due ali che tendono ad accentuare la polarizzazione interna alla Chiesa. – E’ il salomonico avvio di un mio articolo pubblicato oggi dal quotidiano LIBERAL alle pp. 14 e 15 con il titolo SFIDA SUL CONCILIO.
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Già da 50 minuti il papa è partito in elicottero per Loreto dove celebrerà sulla piazza del Santuario alle 10,30: un pellegrinaggio a cinquant’anni da quello di Papa Giovanni e a ricordo del Vaticano II per il quale Roncalli era andato a invocare la protezione della Vergine. Quel 4 ottobre del 1962 ero in quella piazza, non a far prove di giornalismo ma perché abitavo a sette chilometri da lì, nella campagna di Recanati: avevo 18 anni e quella fu la mia prima folla papale. Ricordo il pericolo di restare schiacciato in mezzo alla moltitudine che sbandava, quando arrivò sulla piazza la Mercedes 300 con sopra papa Roncalli. Stasera alle 23,10 Rai3 trasmette il programma “50 anni dal Concilio” del quale sono autore insieme a Nicola Vicenti regista della serie “La Grande Storia”. Molti gli ospiti del programma, tra i quali in posizione principe è il padre Federico Lombardi. Nei primi due commenti riporto dal filmano un brano di un’intervista storica – mai trasmessa – all’arcivescovo Ratzinger appena nominato a Monaco e un brano di un colloquio del 2009 con il cardinale Martini anch’esso mai utilizzato né in video né trascritto.
Il parroco di Verdello, Bergamo, legge il mio libro Cerco fatti di Vangelo e mi scrive segnalando storie. Si stabilisce un contatto ed ecco che ora sono in treno per Verdello dove staserà parlerò sul tema Questa è la Chiesa che amo: uomini e donne testimoni di fraternità. Il parroco si chiama Arturo Bellini e uno dei “fatti” che mi aveva segnalato è questo, prezioso nella sua semplicità: “Qualche tempo fa, ho partecipato al funerale di un nonno di quasi novant’anni. Il figlio mi ha raccontato che il padre sentiva che la sua vita, raccolta nel palmo di una mano, è stata una vita cristiana bella. Lo esprimeva in dialetto che ha un accento ancor più persuasivo: La mé éta l’è stacia béla. Eppure non gli sono mancate difficoltà, come è accaduto alle generazioni dei primi decenni del Novecento. ‘La mia è stata una vita bella’, ripeteva: bella perché, rimasto orfano, ha sperimentato la solidarietà di chi si è preso cura di lui; bella perché ha conosciuto l’amore della moglie per lui, l’amore per i figli e i nipoti; bella perché illuminata dalla fede e dall’amore all’Eucaristia; bella perché vissuta con lo spirito proprio di chi si mette il grembiule del servizio e prende il catino per essere utile alla Chiesa e ai fratelli. Il suo nome è Tarcisio, come il santo martire dell’Eucaristia”. Nel primo commento qualche notizia su Tarcisio Bonati: conviene conoscere chi muore così.
“Gli italiani sono molto capaci di creare un capitale sociale, un capitale di relazioni. Mi dispiace solo che siamo un po’ meno capaci per ora di crearlo in Italia, questo capitale sociale di fiducia degli uni negli altri e io mi auguro che si possa, un po’ per volta, spostare quel fronte di intolleranza che ha caratterizzato tanta parte della recente vita italiana, spostarlo perché non separi chi è di destra da chi è di sinistra, anche se le differenze possono essere importanti, ma separi essenzialmente due parti: coloro che pagano le tasse, assolvendo ai loro doveri di cittadinanza, e gli altro. Credo che questo contribuirebbe a dare un senso di cittadinanza comune“: così il premier Monti stamani al Forum della cooperazione di Milano. E’ incredibile quanto io sia d’accordo.
Ieri è stato proclamato “beato” ad Acireale Gabriele Maria Allegra (1907-1976): frate minore francescano, missionario in Cina, dedicò trent’anni della sua vita a tradurre in cinese l’intera Bibbia. Lo amo per questa impresa straordinaria e – ancor più – per aver chiesto ai confratelli di cantare il Magnificat al momento della sua morte. Il Magnificat gliel’hanno cantato anche ieri, in piazza Duomo, a ricordo di quel desiderio rivelatore. Così nel 1975 ebbe a commentare la sua impresa di traduttore: “Nei primi anni delle mia vita in Cina rimanevo sorpreso nel vedere i fedeli protestanti, che si recavano al loro Divine Service portando seco la Bibbia. I cattolici avevano invece il libro di preghiere e la corona del Rosario. Ora la situazione è completamente rovesciata. Abbiamo la versione della Bibbia stampata in due formati diversi; abbiamo tre edizioni diverse del Nuovo testamento, abbiamo una edizione dei quattro Vangeli ristampata diverse volte a decine di migliaia”.
Sono a Rimini per il Festival Francescano, come già dicevo nei commenti al posto di ieri. Il Festival ha il titolo Femminile, plurale e intende festeggiare l’ottavo centenario del taglio dei capelli di Chiara di Assisi (avvenne la Domenica delle Palme del 1211 o 1212), che è così narrato nella Leggenda di Santa Chiara Vergine, anonima, generalmente datata al 1256, a un anno dalla canonizzazione di Chiara: “Era prossima la solennità delle Palme, quando la fanciulla con cuore ardente si reca dall’uomo di Dio, per chiedergli che cosa debba fare e come, ora che intende cambiare vita. Il padre Francesco le ordina che il giorno della festa, adorna ed elegante, vada a prendere la palma in mezzo alla folla, e la notte seguente, uscendo dall’accampamento, converta la gioia mondana nel pianto della passione del Signore. Venuta dunque la domenica, la fanciulla entra in chiesa con le altre, radiosa di splendore festivo tra il gruppo delle nobildonne (…). La notte seguente attua la desiderata fuga, in degna compagnia (…). Abbandonati, dunque, casa, città e parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano in preghiera presso il piccolo altare di Dio, accolsero la vergine Chiara con torce accese. Lì subito, rinnegate le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo il libello del ripudio; lì, lasciando cadere i suoi capelli per mani dei frati, depose per sempre i variegati ornamenti“. – E ciò vi basti.
Non ho scelto ancora per chi votare ma dico che mi piace la sfida di Renzi a Bersani: finalmente torna la vera politica, che è confronto reale, accettazione del rischio, scommessa senza rete sulle idee e sulle persone. Per la prima volta abbiamo delle vere primarie in casa pd e il merito è di Renzi che le ha provocate e un poco anche di Bersani che le sta accettando. “E’ un battesimo del Pd”, ha detto ieri Bersani: “Potremo dire che nel momento più basso della politica avremo avuto la generosità di guardare negli occhi qualche milioni di elettori”. Per come avevo partecipato alle precedenti primarie a risultato assicurato, cercando di aiutare i perdenti, vedi i post Andrò a votare Franceschini, Andrò a votare per Rosy Bindi.
“Chi uccide sia messo a morte” affermava già il Codice di Hammurabi e quel principio l’afferma ancora il Codice dell’Autorità palestinese ma Egidia Arrigoni ha chiesto clemenza per gli uccisori del figlio Vittorio (avvenuta a Gaza nel 2011) che sono stati condannati all’ergastolo invece che fucilati. “Non aggiungete morte a morte” ha detto con semplicità rovesciando la sentenza delle antiche tavole. – E’ un mio ammirato SPILLO pubblicato domenica dal supplemento del Corsera LA LETTURA a pagina 5 con il titolo DA HAMMURABI AD HAMAS. Chi abbia voglia di pungicarsi con i miei minimi spilli veda alla voce Due parole in croce della pagina ARTICOLI DEL CORRIERE DELLA SERA elencata sotto la mia foto. – Qui parlammo a lungo di Vittorio Arrigoni e del suo motto Restiamo umani.
Vado a Recanati dai parenti e vedo la mostra Giacomo dei libri. La Biblioteca Leopardi come spazio delle idee: ricorda il bicentenario dell’apertura “filiis amicis civibus” [ai figli agli amici ai cittadini] delle tre sale rivestite di 14 mila volumi (oggi sono 25 mila) che Monaldo, il padre di Giacomo, aveva raccolto negli anni del tornado napoleonico che “fu tempo felicissimo per l’acquisto di libri – come narra nelle Memorie – perché se ne misero in commercio una massa immensa spettante non solo ai conventi soppressi, ma alli cardinali, prelati avvocati e gente di ogni classe che sloggiò in folla da Roma”. Esco dalla mostra – che è nel frantoio di Casa Leopardi e vi resterà fino a tutto il 2013 – con due doni di parole, uno di Monaldo e l’altro di Giacomo, che trasmetto ai visitatori nei primi commenti a questo post e che attestano l’ottimo italiano che qua circolava prima dell’unità d’Italia, tanto per prolungare una mia ciarla con quel burlone di Umberto Bossi che sostiene che la lingua italiana l’ha inventata Alessandro Manzoni “un grande traditore, una canaglia” riscrivendo il suo romanzo in “dialetto fiorentino”.
Giancarlo Bossi, il missionario del Pime rapito nel 2007 nell’isola di Mindanao (Filippine), è morto sabato nella clinica Humanitas di Rozzano sul Naviglio (Milano) per tumore ai polmoni: aveva 62 anni. Gli avevo parlato al telefono dopo la liberazione e l’avevo poi incontrato a Loreto all’inizio del settembre 2007. La sua semplicità – non attribuiva nessuna importanza al suo sequestro e al suo comportamento rigorosamente evangelico – mi aveva suggerito il titolo del testo teatrale che gli avevo dedicato nell’agosto di quell’anno distribuendolo in 12 puntate del blog: Parabola del missionario burlone e dei sequestratori. «Durante i 40 giorni del mio deserto nella foresta – disse a Loreto davanti a 300mila giovani – mi sono sentito rinnovare. La mia preghiera è diventata più essenziale e forte. La mia disponibilità a Dio più incisiva. Nelle difficoltà con forza si sperimenta la tenerezza di Dio». E’ stato 32 anni nelle Filippine. Io pregavo ma anche loro pregavano è il titolo di un post che gli avevo dedicato a commento della liberazione.
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