Il blog di Luigi Accattoli Posts

Sono d’accordo con il ministro Annamaria Cancellieri: “Roma non diventi un palcoscenico esclusivo per tutte le pur legittime manifestazioni“. Cribbio: passano tutte sotto la mia finestra. L’aveva detto anche il sindaco Alemanno, ottimo spalatore di neve. Oddio come sono di destra: spero che dicano qualcosa sui cortei i miei amici di centrosinistra, così mi riposiziono al centro che è la mia aspirazione permanente.

Sono fortunata perché ho avuto il tempo di prepararmi a morire. Ho potuto pensare, ho potuto pregare, ho potuto incontrare le persone care, ecco, ho avuto il tempo di prepararmi”: parole di Margherita Filippini di Reggio Emilia dette pochi giorni prima della morte per linfoma, a 25 anni, il 20 luglio 2012. Quelle parole, che meritano di entrare in un’antologia del sentimento cristiano in questo inizio di millennio, sono state riferite ad apertura dell’omelia della messa di addio – il 21 luglio, nella chiesa parrocchiale reggiana di San Luigi Gonzaga – dal celebrante don Matteo Mioni. Altre parole di Margherita riguardo alla sua “preparazione” sono state riferite da diverse persone nella preghiera dei fedeli di quella celebrazione e si possono leggere qui, cioè nel capitolo 8 “Celebrazione ecclesiale della propria morte” della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto.

Mi chiamo Amal che vuol dire speranze. Mi piace questo nome e mi aiuta a pregare Allah. Per esempio quando ero clandestina sull’aereo e poi sui pullman che mi portavano da Tangeri, in Marocco, dove sono nata, ad Algeciras in Andalucia, che è stata la prima tappa in Europa e poi attraverso la Francia e finalmente in Italia dove mi attendevano i genitori. Allora le mie “speranze” erano di non essere scoperta. Sono stata quattro anni senza documenti, nascosta. Facevo la lavapiatti al ristorante. Quando ho trovato un lavoro vero sono tornata in Marocco per fare i documenti. Ora sono regolare e faccio la mediatrice culturale in ospedale, aiuto le donne arabe che non vogliono farsi vedere dal medico uomo e neanche parlarci. In Marocco avevo preso la laurea in teologia islamica e qui partecipo alle attività della parrocchia dove vivo perché l’ho conosciuta con la Caritas e il prete un giorno mi ha invitato a una riunione dicendo ‘così vedi la nostra fede e noi la tua’. Le pagine dei Vangeli che mi piacciono sono quelle dove Gesù parla con la donna di Samaria e con le sorelle Marta e Maria. Sto organizzando un viaggio della parrocchia in Marocco dove andremo, loro cattolici e io musulmana, a conoscere il monaco sopravvissuto alla strage di Thiberine“. La conversazione con Amal è avvenuta il 17 agosto in automobile, scendendo io da Barbagelata a Chiavari. Per la questione su che possa venire di buono da Barbagelata vedi qui.

Mi sei scoppiata dentro al cuore all’improvviso bambulè“: scritta con vernice nera sul marciapiede di sinistra del viale Galvani, a Roma, per chi vada verso lo “Stabilimento di mattanza” e stia per sboccare nel piazzale del Mattatoio, oggi MACRO (Museo d’Arte contemporanea). Siamo nel Rione Testaccio, ai bordi del Monte dei cocci. Qui il romanesco è greve come la coda alla vaccinara e basta quell’irriducibile “bambulè” per inculturare a puntino la citazione della canzone senza patria di Mina.

La nuova rotta della speranza, in particolare per chi viene via dal Congo, è questa: Kinshasa-Teheran (via Dubai). Da Teheran queste persone vengono portate con un autobus vicino al confine iraniano e poi, come sempre, attraverso le montagne, in Turchia. Van è la prima città grande dopo il confine. Chi ha ancora soldi (perché spesso vengono derubati durante il viaggio attraverso le montagne), prosegue fino a Istanbul e oltre, chi non ne ha più, rimane a Van. Pochi giorni fa’ Costanza, essendo nella lista dei traduttori, è stata chiamata dalla polizia per tradurre dal francese al turco l’interrogatorio di cinque congolesi: una mamma con tre bambini di 10 anni, 4 anni, 11 mesi e con loro un amico di famiglia. Arrestati poco dopo l’arrivo a Van, sfiniti per aver camminato sulle montagne dodici ore, la maggior parte di notte. Terrorizzati all’idea che li potessero rimandare in Congo. L’uomo che è arrivato con quella donna e i bambini non sapeva nemmeno di essere in Turchia. – E’ un brano di una lettera datata “Van settembre 2012” della famiglia Ugolini che i visitatori del blog già conoscono. Nel primo commento un altro brano della stessa lettera.

Quello che sto provando adesso, mentre celebriamo il tuo funerale, è qualcosa di molto simile a una risurrezione. Non so come poterlo dire: sono felice. E’ veramente difficile descrivere la gioia pura. Ecco perché, probabilmente, mi sto sentendo così. Perché non potendo descrivermi il Paradiso hai deciso di darmene un assaggio. E l’aria è più densa qui in basilica, più spessa, quasi. E mi viene in mente quella canzone di Gino Paoli ‘Il cielo in una stanza’ perché è come se ci fosse il Cielo in questa chiesa. E’ un genere di sensazione che definirei ‘di cielo aperto’, e non è solo un’impressione ambientale. E’ come se tutto quello che sono, tutto quello che ho fatto nella mia vita fino ad ora, fosse servito per arrivare a oggi. E forse anche molti altri, intorno a me, lo stanno provando. Perché alla fine della celebrazione c’è un’intera chiesa in piedi, che canta, battendo le mani. E siamo sempre a un funerale“. – E’ un brano sul funerale del marito Luigi contenuto nel volume di Susanna Bo “La buona battaglia. Una storia (vera) da raccontare” (Chirico editore, 2012). Con un bicchiere di Vino Nuovo saluto in Susanna una vera scrittrice e una testimone dell’attitudine cristiana a vivere “lieti nell’afflizione”.

Aggiornamento del post in data 10 settembre 2012: una redazione più ampia della storia di Susanna è ora leggibile qui [cioè nel paragrafo Tuo fratello risusciterà del capitolo La vita è mutata ma non è tolta della pagina CERCO FATTI DI VANGELO elencata sotto la mia foto].

Quello che ho visto stamattina non è poco. Dal Lungotevere Ripa guardando all’altra sponda ho scorto un pescatore con la lenza a 50 metri dallo sbocco della Cloaca Maxima. Voglio dire cinquanta metri dopo lo sbocco, spostando l’occhio nel senso della corrente. Stava fermo, seduto su due pietrone a pelo d’acqua, concentrato come si addice a un pescatore. Ogni due minuti alzava e rilanciava la lenza. Forse era lì dai secoli.

E’ stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, perché tutto fosse «ad maiorem Dei gloriam», per la maggior gloria di Dio. E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore. Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti, rispondendo concretamente all’invito dell’Apostolo di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 4,13). Lo è stato con uno spirito di carità pastorale profonda, secondo il suo motto episcopale, Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà, nella sofferenza. – E’ un passo del messaggio del papa per la messa di addio al cardinale Martini che si sta celebrando nel duomo di Milano.

Vado allo Sma di Santa Maria Maggiore e vedo un signore mio coetaneo che tasta le pesche a mani nude. Mostro la mano con il guanto e faccio: “Non è meglio così?” “E chi l’ha detto?” replica supertonico: “Io faccio il barista e ho la tessera sanitaria in tasca, lei invece che fa?” Non me la sento di dire che faccio il giornalista, professione inquinantissima, e vado sul pragmatico: “Se non si usano i guanti, ognuno porterà a casa frutta toccata da tutti”. “Tanto prima di mangiarla la lava, i guanti servono a chi è malato”. Ci riprovo davanti ai San Marzano con una ragazza che avrà l’età della mia figlia più taglierina e infatti anche quella taglia: “Io la verdura che tocco la prendo, lei invece la sceglie vero?” – Mi sono sentito il ministro Balduzzi. Al quale mando un saluto solidale.

“Volevo darle il mio abbraccio di fratello” disse il cardinale Carlo Maria Martini incontrandomi nel 1990 dopo un grave lutto. Gli ricambio quell’abbraccio di fratello ora che si allontana da noi, richiamando una delle sue parole che mi sono state di aiuto di fronte al pensiero della morte: “Per la paura della morte non vi sono rimedi facili (…). Se non ci affidiamo a Dio come bambini, lasciando a Lui di provvedere al nostro avvenire, non arriveremo mai a fare quel gesto di totale abbandono di sé, che costituisce la sostanza della fede“. Vedo qui il contesto di quelle parole. Sto scrivendo su Martini sia per LIBERAL sia per il CORSERA. Domani linkerò i due testi.

Ecco i due link:
LIBERAL: I tre segreti della sua predicazione
CORRIERE DELLA SERA: Così parlò ai cardinali nel preconclave del 2005